A…come amicizia #capitolo1

Oggi pubblico il primo capitolo del mio libro…. spero che vi piaccia! Con il tempo li pubblicherò tutti, intanto buona lettura e commentate commentate!

A… come Amicizia

“…e quest’estate invece
di andare al mare
vado nel Messico io
altro che al mare
voglio vedere se là
davvero si può volare
senza rischiare di cadere…”
Vado al Massimo, Vasco Rossi

 
“Alla nostra estate piena di divertimento e senza pensieri!!!!”
alzai il bicchiere al cielo, poi come in una sacra consuetudine giù
un colpo secco al tavolo ed uno sguardo complice con Stella
mentre il rum si faceva spazio nel mio stomaco come un getto di
alcol su una ferita aperta. Quindi passai alla pera alleviando in
parte l’incendio che partiva dal mio esofago, stanco dell’ennesimo
shottino di rum e pera. “Basta rum.” Dissi storcendo la bocca dal
disgusto “ora ci vuole un po’ di tequila!”
“Sìììì! Tequila, tequila, tequila sexo y marjuana! Welcome
to Tijuana!” così cominciò a cantare Stella mentre dondolava e a
stento si teneva in equilibrio più per merito degli altri che le
stavano attorno che per le sue gambe. “Però prima ci vuole un bel
cannino di ringraziamento!”

Festaaaaa! – “A… come amicizia”

“Un cannone di che?” La guardai con aria interrogativa.
“Un cannino di ringraziamento per essere passata e
propiziatorio per un’estate super!”
“Ok ok ok ma a questo punto facciamone due!”
“Giusto! Due cannini!Dai andiamo a cercare un po’ di fumo!”
Così ci incamminammo tra quella marea di gente
appiccicosa per il caldo e la salsedine in cerca di qualche pollo a
cui scroccare da fumare e perché no, pure da bere ….
Un caldo insostenibile mi svegliò dopo appena quanto? Tre ore
di sonno forse.
La macchina era una sauna sotto il sole delle dieci del mattino
ed il mio corpo sudava alcol ed odorava d’alcol visto che ne ero
ricoperta dalla testa ai piedi: insomma sembravo un’alcolizzata del
cacchio con il solito mal di testa post sbornia. Mi girai verso Stella
e con soddisfazione vidi che non ero l’unica ridotta in uno stato
pietoso, anche lei ci aveva dato dentro, dormiva come un angelo
quindi decisi di svegliarla solo quando saremmo arrivate a casa.

In tutto ciò non mi ero resa conto che un bambino che stava andando al mare si era appiccicato al finestrino e ci guardava come se fossimo due aliene e per poco non urlai quando lo vidi, mi resi solo allora conto di essermi fermata a riposare dopo la sbronza in un parcheggio di un noto bagno di Vada e che, data l’ora, ormai era pieno di allegre famigliole, “chissà quanta cazzo di gente ci ha visto così” pensai tra me e me.

Accesi il motore, tirai giù il finestrino e feci una sonora
pernacchia a quel bambino impiccione mentre sua mamma
terrorizzata da queste due poco di buono lo tirava via a sé per un
braccio. Cercai disperatamente la bottiglietta d’acqua che
fortunatamente non era vuota, dopo aver avidamente bevuto un po’
di quel sano liquido incolore e insapore partii diretta alla casa di
Lore.
Dopo una mezz’oretta di viaggio e due vomitate sul ciglio
della strada, giunsi a destinazione, con una faccia verde come un
cetriolo ed un mal di testa da Guinness dei primati, cercai di

Hangover – “A… come amicizia”

svegliare Stella ma non ne volle sapere, grugniva e basta, decisi
quindi di lasciarla lì, quando si sarebbe svegliata sarebbe salita in
casa; intanto andai a farmi una super doccia nella villetta che
gentilmente il mio fidanzatino ci aveva lasciato in dotazione per
quel week end di puro divertimento.
“Meno male che c’è il mio Lore” pensai mentre ero sotto la
doccia “senza una casa di appoggio saremmo dovute tornare così a
Firenze, che schifo!”.
Io, Viola Puccini, figlia del Dottor Giuliano Puccini,
otorino famoso in tutta la città e dell’avvocato Serena Finocchiaro,
tornare a casa puzzolente di alcol e con due occhiaie che facevano
invidia ad un tossico? Mai e poi mai! A meno che non volessi
rimanere fuori di casa finché la pioggia non avrebbe lavato via il
mio odore. “Che palle … perché mia madre non riprende a
lavorare a tempo pieno ora che siamo grandi io e Lapo?”. I miei
pensieri barra desideri scivolavano via dalla mia mente come le
gocce d’acqua che scorrevano sulla mia pelle abbronzata, Lapo era
mio fratello, di due anni più grande di me, era al primo anno di
università ed ora alle prese con la sessione estiva d’esame, per
questo non era venuto alla festa la sera precedente e per questo
neanche Lorenzo era potuto venire e, sinceramente, un po’ ero pure
contenta.
In fin dei conti volevo passare un week end sola con Stella
visto che le vacanze non le avremmo trascorse insieme ma con i
rispettivi ragazzi, lei a Ibiza e Formentera, io a fare un tour della
Corsica in barca a vela, visto che Lore era uno skipper coi fiocchi
e, infine, due settimane a Cancun, Messico, con tutta la famiglia al
completo.
Stella, il cui nome completo era Chiarastella Spinelli, era la
mia migliore amica da quando avevo sei anni, ci consideravamo
sorelle nonostante non si potesse essere più diverse: lei bionda ed
occhi azzurri, io mora ed occhi verdi, lei ribelle e carismatica, io
bé, la tipica brava ragazza. Certo le serate alternative non me le
facevo scappare, ma tra le due “quella con la testa a posto” come
dicono i genitori, ero sicuramente io e, visto che questo giudizio si
basava il più delle volte sui voti scolastici, non c’era niente da
obiettare visto che ero passata in quinta liceo classico con la media
dell’otto mentre lei a stento aveva superato l’anno.
Sarà stato per questo mio essere una brava ragazza che sua
madre mi aveva sempre visto di buon occhio, nonostante non fossi
una ricca sfondata come invece lo erano loro, perché chi è “ricco
non può frequentare chi è di ceto inferiore, metterebbe a disagio
entrambi”, questo era quello che la madre di Stella le ripeteva in
continuazione a quanto mi diceva lei. Con me si limitava a fare un
sorrisetto di benevolenza mostrando il suo orrendo tanga
intrappolato in quel culo sfatto mentre gironzolava seminuda per
casa. All’inizio era imbarazzante vedere una donna seminuda a
giro per le stanze del superattico dove abitavano, poi alla fine ci
feci l’abitudine ed in più devo dire che la maggior parte delle volte
era Stella a venire a giocare da me, nonostante a casa sua di giochi
ce ne fossero stati un visibilio; mia madre preferiva tenermi
lontana da quella Barbie in carne ed ossa come diceva lei e quindi,
visto che noi due avevamo deciso di essere amiche, spesso e
volentieri a cena, per casa Puccini, i bambini erano tre.
Neanche i licei diversi ci avevano separato: per me liceo
classico, per lei l’istituto di design privato, frequentato da
spocchiosi del cacchio che pensavano solo a come potevano
tirarsela più degli altri. Per fortuna Stella non si era conformata alla
media di quella scuola, mi diceva che le sue compagne erano tutti
piccoli cloni di sua madre e per niente al mondo sarebbe voluta
uscire con una di loro, magari passando un pomeriggio intero sul
terribile dilemma del colore dello smalto da abbinare al tono del il
vestito.
No, lei era sempre la solita Stella ed io ero sempre la solita
Vio pronte a far festa ogni week end, pronte ad affrontare
quell’estate grintose più che mai, anche se in questo momento la
grinta aveva lasciato il posto alla nausea ed alla spossatezza del
post sbornia acuto.
Nemmeno la doccia mi fece passare il mal di testa e mentre
tenevo fisso lo sguardo nel vuoto con un bicchiere in mano seduta
in cucina, entrò Stella che, stropicciandosi la testa come se avesse
le pulci mi disse “Te stai male…” la guardai con sguardo
interrogativo e lei continuò “Non ti puoi scolare il Moment come
se fosse un Americano!”. Scoppiai in una sonora risata che mi fece
aumentare ancora di più il tamburellio sulle tempie, poi si sedette
vicino a me ed allungando un braccio sul tavolo lasciò che la testa
lo seguisse a ruota come se il collo non riuscisse a sostenere il suo
peso e mi domandò “Ma come siamo arrivate fin qua?”
“Ehhhh grazie alla tua amichetta, se fosse stato per te
saremmo ancora a collassare in macchina!”
“Io non ricordo niente”
“Niente niente?”
“Mi ricordo dell’ultimo shottino di rum e pera poi boh…ehi
non ho fatto nulla di male vero?”
“E che ne so io? Stavo male quanto te! Che serata!”
“Yesss! Ma ora fammi un caffè please!”
“Andiamo al bar vai che è meglio, qua in casa non c’è niente!”
E così tra un caffè e la spiaggia finimmo quella giornata
post sbornia a recuperare dalla memoria i pezzi di una serata per
metà dimenticata.

 

 

A  breve pubblicherò il secondo capitolo di “A… come amicizia”, il titolo? “B come birra”!

Ciao!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *